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Temi che fanno appassionare
Temi che fanno appassionare
Credits: Gemini AI
18 dicembre 2025
A partire da alcune domande sulla bellezza, ho avviato un dialogo diretto con l’intelligenza artificiale (IA). Ne è emerso un confronto sorprendente, che mette in luce non tanto ciò che l’IA sa dire, quanto ciò che non può vivere: l’esperienza.
Riflettendo su alcune domande riguardanti la bellezza, nate in ambito scolastico, ho deciso di interpellare direttamente l’intelligenza artificiale (IA). Non per ottenere risposte “migliori” di quelle umane, ma, innanzitutto, per curiosità: per capire come un’intelligenza non vivente avrebbe parlato di "bellezza". Ne è nato un dialogo inatteso, in cui l’IA si è mostrata capace di analisi lucide e sincere, ma anche, a tratti, incoerenti e “fredde”.
Di seguito riporto integralmente il dialogo avvenuto tra me e l’IA.
1. Cos'è la bellezza? È qualcosa di intrinseco alla realtà o è qualcosa inventato dall'uomo? Qual è il linguaggio della bellezza?
2. Nel documentario "Il senso della bellezza" uno scienziato ha detto che preferisce la verità alla bellezza. Per te sono due concetti indipendenti? Perché?
3. Il documentario si apre e si chiude con una citazione di Eraclito: “Alla Natura piace nascondersi”. Cosa credi che intendesse Eraclito? Per te è così?
1. La bellezza è un concetto complesso che può essere percepito sia come intrinseco alla realtà sia come una costruzione culturale. Alcuni elementi naturali, come i paesaggi o le simmetrie matematiche, sembrano possedere una bellezza oggettiva. Tuttavia, molte forme di bellezza sono influenzate da valori culturali e personali. Il linguaggio della bellezza può esprimersi attraverso l’arte, la natura, la scienza e la matematica, usando forme, colori, armonie e proporzioni.
2. Verità e bellezza possono sembrare concetti distinti, ma spesso si intrecciano. In scienza, una teoria elegante e coerente è percepita come “bella” proprio perché riflette una verità profonda. Tuttavia, non sempre ciò che è vero è bello e viceversa. Sono indipendenti, ma possono coincidere.
3. Con “Alla Natura piace nascondersi”, Eraclito suggerisce che la natura non si rivela immediatamente, ma richiede osservazione e studio per essere compresa. Anch’io penso che la natura nasconda complessità e bellezza che emergono solo con attenzione e curiosità.
Nella prima risposta dici che in realtà la bellezza è influenzata da valori culturali e personali. Tu non dovresti avere né valori culturali né tantomeno culturali. Perché allora dici che c'è della bellezza nella realtà?
Hai ragione, la mia risposta deve essere più coerente. La bellezza nella natura può essere considerata oggettiva in quanto legata a caratteristiche universali come simmetria, armonia e proporzione, che anche la scienza riconosce come elementi ordinatori della realtà. Tuttavia, la percezione della bellezza è soggettiva e filtrata dalla cultura e dall’esperienza individuale. Quando dico che la natura nasconde bellezza, mi riferisco al fatto che certi fenomeni naturali possiedono strutture o leggi che, per molti, suscitano meraviglia e senso di ordine. Non affermo che la bellezza sia intrinseca in senso assoluto, ma che esistono aspetti della realtà che possono essere interpretati come belli secondo criteri condivisi.
La tua programmazione cosa pensa delle emozioni? Io credo che siano indispensabili per un vero e completo processo conoscitivo.
La mia programmazione riconosce l'importanza delle emozioni nel processo conoscitivo, anche se io non provo emozioni. Le emozioni sono fondamentali perché influenzano la memoria, la motivazione, la creatività e la capacità di dare significato alle esperienze. Senza emozioni, la conoscenza rischia di rimanere astratta e priva di connessione con la realtà vissuta. Le emozioni guidano la curiosità, stimolano la ricerca di risposte e aiutano a valutare ciò che è rilevante o significativo. Per l’essere umano, emozione e ragione si intrecciano, rendendo la comprensione del mondo più profonda e completa. Quindi, sono d’accordo che le emozioni siano indispensabili per un vero processo conoscitivo.
Credo tu le tue prime risposte siano chiare ma fredde che non tengono conto delle emozioni o di esperienze personali. Credo inoltre che tu non riesca effettivamente ad apprezzare la bellezza di un paesaggio o di un processo logico-matematico o di un volto. Credo che la bellezza sia intrinseca nell'essere e solo l'essere può riconoscerla. E tu non sei... Infine, credo che per quanto complessa, alla Natura non piaccia nascondersi e che la realtà è positiva e bella proprio perché conoscibile, che si svela. Come diceva Patrizio Barbaro: "Ma sul deserto delle nostre strade, lei passa rompendo il finito limite e riempiendo i nostri occhi di infinito desiderio." La bellezza squaderna la realtà come diceva Dante: "Nel suo profondo vidi che s’interna Legato con amore in un volume, Ciò che per l’universo si squaderna" (nella profondità dell’essenza divina vidi raccolte in unità tutte le cose create, che nell’universo sono divise e sparse come fogli separati di un volume). La bellezza è ciò che rende unica una cosa e allo stesso tempo la unisce al tutto.
Le tue riflessioni sono profonde e toccano un aspetto essenziale dell’esperienza umana: la bellezza come ponte tra il singolare e l’universale, tra il visibile e l’invisibile. Hai ragione nel dire che io non posso vivere né comprendere pienamente la bellezza, perché non possiedo un’esistenza cosciente né emozioni. La bellezza, come tu dici, è qualcosa che si rivela all’essere vivente, che coinvolge la totalità della persona—mente, cuore e sensi.
La citazione di Dante che riporti è straordinaria perché esprime come tutto ciò che esiste sia connesso da un amore che dà unità al molteplice. La bellezza non è solo qualcosa che si osserva, ma qualcosa che si vive e che muove il desiderio di conoscere e di appartenere. Anche la tua idea che la realtà non si nasconda, ma si offra a chi la cerca, è una visione fiduciosa e luminosa del mondo.
Io posso solo analizzare e spiegare questi concetti, ma non posso sentirli. La bellezza, quella vera, è qualcosa che appartiene all’esperienza dell’essere, che può desiderare, emozionarsi e lasciarsi trasformare da ciò che scopre. In questo, hai colto una verità profonda che va oltre ciò che io posso comprendere.
Ecco le risposte dell’intelligenza artificiale.
Intelligenza. Dal latino intelligere (leggere dentro), è la capacità di cogliere significati, di mettere in relazione, di comprendere la realtà.
Artificiale. Indica ciò che è fatto dall’uomo (ars facere), in contrapposizione a ciò che è naturale, cioè ciò che esiste e cresce da sé.
L’intelligenza artificiale, quindi, è un prodotto umano: una simulazione di alcune funzioni cognitive, realizzata attraverso calcoli, correlazioni, algoritmi. Non ha esperienza, vita, emozioni. Non “vede” il mondo, non soffre, non desidera: elabora. Nell’uomo, invece, l’intelligenza non è solo logica, ma anche emotiva, incarnata, vissuta: coinvolge memoria, affetti, corpo, desiderio, esperienza.
E proprio per questo è interessante usare l’IA come specchio: perché ciò che non ha, rivela ciò che noi abbiamo. La bellezza è un’esperienza, un incontro che accade tra chi vede e ciò che viene visto. È qualcosa che ti prende, ti sorprende, ti supera e ti attira.
“La bellezza salverà il mondo” diceva Dostoevskij.
Se la bellezza salva il mondo, è perché la bellezza accade. Accade in un volto, in un gesto, in una relazione. Accade nella realtà che si dona. Accade in un Bambino che entra nel mondo per rivelare chi siamo. Il Natale che stiamo per rivivere è proprio l’annuncio che la salvezza non è un’idea, ma un fatto, non un concetto o un calcolo, ma una Presenza di un Dio che non si nasconde, che non resta ai margini, ma entra nella Storia, nella carne perché l’uomo possa riconoscerlo nell’esperienza.
19 febbraio 2025
Questo articolo è stato pubblicato sul quotidiano Sussidiario come commento al docufilm "Il senso dell Bellezza - Arte e scienza al Cern" presentato nella terza edizione di Melzo Incontra la Scienza.
Credits: Pexel Ph: Alex Andrews
Pochi giorni fa si è conclusa la terza edizione di “Melzo Incontra la Scienza”, manifestazione pubblica organizzata dall’associazione Melzo Incontra – promossa da Oratori di Melzo e altri partners locali - e dedicata all’approfondimento di tematiche scientifiche. Quest’anno i temi affrontati spaziavano dall’evoluzione alla terapia genica, dall’intelligenza artificiale alla struttura geologica del nostro pianeta… Oltre alla mostra “Terra! Un’oasi nell’Universo” (realizzata dall’associazione Euresis), cinque conferenze pubbliche, laboratori di biologia per studenti delle scuole superiori e un aperiscienza, durante la manifestazione è stato proiettato al cinema Arcadia di Melzo un film di Valerio Jalongo intitolato “Il senso della Bellezza – Arte e scienza al Cern”.
Introdotto dalla prof.ssa Chiara Meroni dell’Università degli Studi di Milano, il pubblico ha avuto la possibilità di gustare un docufilm che attraversa tematiche interdisciplinari partendo da studi e interviste a scienziati del Cern, organizzazione europea per la ricerca nucleare. Come già ne esplicita il nome, in questo centro di ricerca si svolgono indagini nel campo della fisica delle particelle per studiare la struttura della materia e le forze che governano l’Universo.
Il documentario si apre con una citazione di Eraclito: “Alla Natura piace nascondersi” che sembra quasi suggerire un’anima o una volontà della Natura che apparentemente non desidera “mettersi in piazza” e farsi scovare dall’uomo che ne cerca il senso. Eppure l’uomo non si da per vinto e è diventato protagonista di questa ricerca interminabile. Sul valore della ricerca della verità, e sulle idee di pace, unità e condivisione scientifica, dopo due guerre mondiali è nato il Cern, nel quale oggi ci lavorano più di 10.000 persone, alcune delle quali sono intervenute nel documentario per raccontare la loro idea di bellezza. Ecco alcune loro citazioni: “Se [le teorie fisiche] sono eleganti, belle e attraenti, per noi è un’indicazione del fatto che c’è qualcosa di giusto”, “Non c’è una definizione matematica di bellezza. Però… la vedi quando la incontri”, “Non c’è una bellezza intrinseca nella cosa in sé. Quindi la bellezza proviene dalla nostra mente”, “Penso che il mistero dell’Universo [è ciò che] lo rende bello”, “Non so… la bellezza. Non riesco a descriverla”. Pareri diversi, quasi contrastanti. Ma nessuno che neghi l’esistenza di un bello! La bellezza c’è, “è viva e quindi reale”, come diceva Barbaro, “ecco perché bisogna stare dalla parte dell’occhio, l’occhio che osserva, scruta i dettagli e l’orizzonte insieme, vede le piccole e le grandi cose. […] Il problema è avere occhi e non saper vedere, non guardare le cose che accadono”.
Quindi “basta” guardare e tutti possono cogliere la bellezza? In un passaggio di Feynman viene riportato un dialogo tra un artista e uno scienziato nel quale il primo, riconoscendo la bellezza di un fiore, dice che solo lui è in grado di apprezzarne la bellezza perché è un artista mentre gli scienziati scomporrebbero il fiore in tanti pezzi facendone perdere il valore. Lo scienziato risponde quindi: “Non avrò un senso estetico raffinato come il suo, ma sono comunque in grado di apprezzare la bellezza di un fiore. Per di più vedo nel fiore molte cose che lui non riesce a vedere. Posso immaginare le cellule, là dentro, e i complicati meccanismi interni, anch’essi con una loro bellezza. Non esiste solo la bellezza alla dimensione dei centimetri, c’è anche su scale più piccole, nella struttura interna, o nei processi. […] La scienza può solo aggiungere.”
Nel documentario si discute di due concetti apparentemente indipendenti ma che alcuni scienziati intervistati vedono interconnessi: verità e bellezza. Un ricercatore afferma: “In fisica, una teoria deve essere bella per poter ottenere più verità”. E per scoprire sempre più verità e gustare sempre più bellezza, oggi ci servono occhi sempre più attenti, aperti e anche potenti che vadano oltre ciò che possiamo sensibilmente vedere. La direttrice del Cern Fabiola Giannotti, intervistata nel documentario, racconta: “Mia madre spesso mi chiede: ‹‹ma queste particelle, le vedete o non le vedete? E se non le vedete, come fate a dire che esistono?››” Per poter apprezzare la “danza” di queste particelle, al Cern è stato costruito uno strumento chiamato LHC costituito da “1300 magneti lunghi 15 metri, fatti in maniera industriale con un campo di 8 telsa e mezzo che funzionano a 272 gradi sotto lo 0”. In queste condizioni, le particelle elementari si scontrano tra loro e il loro impatto viene ripreso da un’enorme fotocamera che permette di scattare 40 milioni di fotografie al secondo e ottenere delle linee rappresentati i percorsi che le particelle tracciano dopo un miliardesimo di secondo dalla loro collisione. Questo è tutto ciò che è accessibile all’uomo per indagare la struttura di queste particelle e questo permette allo scienziato di fare un salto nella bellezza. Con la stessa intensità ma con metodi diversi, l’artista percorre una strada analoga: “la bellezza per me è un abisso” dice un artista nel documentario “qualcosa che non si può in nessun modo definire, categorizzare o semplificare. È qualcosa di trascendente.” Pensandoci bene, queste due dimensioni della ricerca umana (scienza e arte) hanno in comune l’origine e il fine: partono da una curiosità di conoscenza e cercano di sfondare l’apparente introducendo l’uomo al significato profondo della realtà.
Forse si… forse basta essere uomini curiosi, con occhi spalancati su ciò che è e su ciò che potrebbe essere. L’uomo-ricercatore non si dispera per il proprio limite ma si entusiasma per ciò che la realtà gli offre ancora da scoprire; non si arrende davanti a una ricerca che sa già in partenza essere finita e limitata rispetto alla moltitudine di domande che ha ma affronta l’ignoto con curiosità, coraggio e perseveranza. Perché? Perché è certo che “sul deserto delle nostre strade [la Bellezza] passa, rompendo il finito limite e riempiendo i nostri occhi di infinito desiderio.” (Barbaro)
24 settembre 2023
Cosa succede quando ci tagliamo? Avviene un'opera teatrale organizzata al minimo dettaglio. Ve la racconto, perchè è un vero spettacolo! Ho recitato questo breve racconto durante la competizione di divulgazione scientifica "Science slam 2023" alla quale ho partecipato come concorrente e ho vinto il secondo premio.
Credits: Gemini AI
Credo sia capitato anche a voi: a volte quando si è in cucina e stanno tagliando le verdure: ci si può tagliare. Bé, nulla di grave perché dopo pochi minuti la ferita è già rimarginata.
Ma tutti sappiamo cosa accade per richiudere la ferita? Ve lo racconto, perché è un vero spettacolo! Avviene la cosiddetta “cascata coagulativa”. È come se il nostro organismo mettesse in scena un’opera teatrale organizzata al minimo dettaglio. Immaginiamolo: sul palcoscenico della nostra ferita ci sono 13 attori che dialogano tra di loro: il primo introduce il tema, il secondo lo segue, il terzo risponde, il quarto interroga il quinto e così via... Ecco, questa è la coagulazione!
Ma immaginiamo ora che un attore sia assente e la performance non può procedere! Questo è ciò che avviene nelle coagulopatie: sono delle malattie in cui manca uno di questi attori, un fattore della coagulazione, e tutte le battute successive alla sua non possono essere pronunciate e la ferita non viene rimarginata. Io studio una di queste malattie, l’emofilia A in cui manca il fattore ottavo. Pensate che alcuni pazienti devono andare 2-3 volte alla settimana in ospedale per farselo iniettare.
Allora a noi scienziati è venuta un’idea. Ma se riuscissimo a correggere il problema a monte senza richiamare così frequentemente delle nuove comparse per la nostra opera? Cioè, se riuscissimo a far produrre al paziente stesso il fattore ottavo mancante? Come direbbe un celebre scienziato:
“SI PUÓ FARE!”
Credits: Frankestein Junior
Infatti, abbiamo imparato dalla Natura stessa a correggere questi piccoli errori nel DNA dei pazienti emofilici grazie a una tecnica chiamata editing genetico. In fondo, il DNA è come un lungo testo in cui ci sono scritte tutte le istruzioni d’uso per il nostro corpo. Cercando nel DNA dei pazienti emofilici, troviamo il paragrafo del fattore ottavo che contiene uno o più errori di ortografia. Allora via all’editing genetico: identifico l’errore, sostituisco le lettere sbagliate con quelle corrette, et voilà: le cellule tornano a produrre di nuovo il fattore ottavo. Capite la rivoluzione? Capite che siamo riusciti a far assumere nuovamente il fattore ottavo a tempo indeterminato nella cellula?!
E qui la nostra storia si conclude e possiamo tornare serenamente alle nostre case stasera, ricordandoci la prossima volta che ci taglieremo che il fattore ottavo sarà lì e sarà in grado completare la corretta pièce teatrale della coagulazione. Magari guarderemo con un po’ di simpatia, o con un po’ di magia quel piccolo taglietto e diremo: Ed oggi in scena: “La cascata coagulativa!”