Dessert
Temi di riflessione
Temi di riflessione
Credits: Gemini AI
12 marzo 2026
Un lavoro di approfondimento svolto all’interno dell'Associazione Euresis offre molti elementi di riflessione e indicazioni preziose sul tema "il dato e lo scienziato". Ne è risultato un quadro che qui presentiamo nelle sue linee principali. Questo lavoro è stato pubblicato anche sulla rivista di Emmeciquadro
Ogni scienziato si confronta quotidianamente e necessariamente con i dati: ma che cos’è un dato? I dati sono la materia prima (a volte molto grezza) con cui ciascuno scienziato deve fare i conti. Sono il contenuto del suo lavoro e il punto di partenza per ogni ipotesi che formula.
Sono anche dei segni o segnali che indicano la strada da prendere. Perché i dati non mentono (o se lo fanno, non lo fanno volontariamente). A volte appaiono contraddittori, ma quasi sempre ciò è dovuto a un errore tecnico o interpretativo.
I dati indicano e si impongono: tracciano la strada da percorrere. Chiedono di essere seguiti. Il dato è il punto di partenza della ricerca. Ma la ricerca di che cosa? Verso dove? E perché siamo spinti tanto a ricercare? Questo tema e queste domande sono state oggetto di svariati incontri. Proviamo ora, timidamente, a rispondere a qualcuna di queste domande.
Il primo passo da cui nasce l’interesse per la ricerca è sempre un incontro con la realtà: un fenomeno che colpisce e interroga, magari sorprende o lascia perplessi. Lo scienziato comincia osservando, e da quella osservazione scaturisce un’ipotesi, un tentativo di spiegazione. Per mettere alla prova e formalizzare questa intuizione, occorre costruire un modello che traduca l’ipotesi in termini rigorosi. Questo modello non ha la pretesa di essere mai definitivo, ma provvisorio e parziale, definito dallo stato della conoscenza nel momento in cui è formulato. Poi si torna al fenomeno, a nuove osservazioni, per verificare le ipotesi, correggere il modello, ampliare la comprensione. La ricerca procede così, in un continuo dialogo tra il mondo e la mente, tra ciò che accade e ciò che viene compreso.
Eppure, sebbene il dato sia in sé imparziale, non è mai completamente neutro. Non esiste un dato senza una domanda che lo abbia generato; esistono fenomeni che ci offrono dati nel momento in cui vengono interrogati. Ogni misura, ogni rilevazione, nasce come risposta a un quesito preciso e porta inevitabilmente il segno di quella domanda. Il dato è quindi in relazione: è legato allo sguardo dello scienziato che lo raccoglie, al metodo che utilizza, persino all’interazione (talvolta invasiva o distruttiva) con il fenomeno osservato. Ogni osservazione porta in sé inevitabilmente la traccia della domanda specifica alla sua origine. Non può essere usato per spiegare tutto: per sua natura, il dato è sempre parziale, in quanto registra un aspetto del reale, senza esaurirlo. Proprio nella sua parzialità rimane qualcosa che sfugge al nostro controllo e chiede di essere compreso.
Inoltre, non tutte le osservazioni valgono allo stesso modo: la qualità dei dati è criterio di affidabilità. La domanda da porsi è: quanto quel dato descrive davvero il fenomeno che intendiamo conoscere? Qui entra in gioco l’analisi degli errori, decisiva anche in contesti applicativi come, ad esempio, gli studi precedenti alla commercializzazione di un farmaco. Alcuni errori sono casuali, legati a fluttuazioni imprevedibili: in questo caso tante osservazioni ripetute aiutano a ridurre l’incertezza. Altri errori, invece, sono sistematici, frutto di un bias intrinseco al metodo di osservazione. In tali situazioni, accumulare dati non basta: anzi, il rischio è che una statistica ampia e solida diventi fuorviante, se non si tiene conto delle distorsioni che la attraversano. Occorre sempre quindi trattare ogni dato per quello che è, ovvero esito di una sperimentazione concreta con le sue incertezze.
Un chiarimento sui due termini a tema in queste riflessioni offre ulteriori indicazioni e suggerimenti.
DATO. Participio passato del verbo “dare”. Il participio indica uno stato o un’azione, e presuppone quindi un soggetto che compie l’azione (chi dà) e uno che la riceve. Si apre allora la domanda: chi è che dona questi “segnali luminosi” che incontriamo lungo il cammino della conoscenza? Forse la risposta si trova proprio nella fedeltà a una relazione sempre più attenta e scrupolosa con i dati stessi. La ragione, che ci consente di comprenderli, non è solo strumento analitico, ma anche capacità interpretativa. La ricerca di ogni scienziato nasce da un interesse alla verità, la quale non risiede nell’interpretazione ma la trascende, venendo svelata pian piano da domande sempre più precise e puntuali.
SCIENZIATO. Lo scienziato è colui che riceve liberamente, che procede seguendo questi segni incontrati lungo il suo percorso per giungere a una conoscenza più vera e più completa. Per questo, più che “scienziato”, potremmo dire “ricercatore”, impegnato nell’individuazione di segnali sempre più evidente. O, meglio ancora, “uomo”: tutti, infatti, siamo ricercatori, forse proprio di quell’essenziale di cui avvertiamo la presenza. Questa ricerca non è ben delineata e richiede un impegno costante: è un’opera insieme analitica e creativa, che permette di intuire legami nascosti e, al tempo stesso, di verificarli con rigore. In questo senso, il dato non parla da sé, ma prende voce grazie allo sguardo e all’intelligenza dello scienziato che lo interroga.
Il lavoro di approfondimento proseguirà nell’intento di comprendere come i dati intercettino l’esperienza di tutti: verranno proposti una serie di incontri con esperti, sia scienziati sia persone di ambito non scientifico che però hanno a che fare coi dati tutti i giorni, come giudici e giornalisti e altri. Si dovrà tornare su alcuni temi già affrontati e, insieme, provare a rispondere a nuove domande: che cosa significa davvero interpretare un dato? Un’analisi accurata conduce sempre a una comprensione più profonda del fenomeno studiato? E se il dato è oggettivo, in quale punto del processo conoscitivo si insinua l’incertezza?
10 luglio 2025
Siamo sommersi da notizie, spesso guidate da algoritmi, interessi e titoli sensazionalistici. In questo rumore la vera bussola non è la quantità di dati, ma la credibilità di chi li racconta.
Credits: Gemini AI
Oggi viviamo nell’era del digitale, del silicio e dell’intelligenza artificiale (con la quale ho realizzato alcune delle immagini di questo sito). È un tempo segnato dal bianco e nero, dal pro e dal contro, ma raramente ci soffermiamo a riconoscere la complessità che abita la realtà. È anche l’epoca del “tutto e subito”, che ha indebolito la nostra capacità di attenzione e di attesa.
Al tempo stesso, siamo immersi nell’era della comunicazione e delle notizie. Siamo continuamente circondati da (troppe) informazioni che ci intercettano, a volte senza che noi le cerchiamo. Ci troviamo davanti a una mole di dati di cui non sappiamo riconoscere neanche la veridicità, spesso la stessa AI non cerca, ma inventa informazioni.
Inoltre, siamo anche nell'era della scienza, del progresso scientifico che desidera andare sempre oltre. Non è sbagliato desiderare di andare oltre: lo stesso Dante non mette Ulisse all'Inferno per essere andato oltre le colonne d'Ercole e, anzi, dedica un canto non alla sua condanna ma al suo desiderio di oltre: "Ma misi me per l'alto mare aperto".
Ecco! In questo contesto mi chiedo quindi: come orientarsi davanti all'enorme (e indesiderata?) quantità di informazioni scientifiche che ci arrivano ogni giorno?
Sicuramente i quotidiani e altri giornali hanno quasi tutti una rubrica dedicata alla scienza e alle nuove scoperte tecnologiche. Io stesso apro alcune testate la mattina per cercare delle novità o mi appaiono sui social dei post degli ultimi articoli pubblicati. Tuttavia, trovo che questi articoli abbiano fondamentalmente due difetti. Il primo sta nei titoli: poco scientifici e pensati esclusivamente per emozionare o per attrarre l'attenzione. Questi titoli sono tipici clickbait, contenuti ideati per convincere l'utente a cliccare, permettendo quindi qualche forma di monetizzazione. Quindi, la scientificità e la veridicità della notizia vengono, almeno in parte, sacrificate per un clic. Il secondo problema sta nella scelta degli articoli che vengono pubblicati. Perché oggi possiamo leggere ovunque di una nuova cura per il Parkinson e domani di una forma di vita sconosciuta in fondo all’oceano? Questo è colpa e merito dei cosiddetti media multipliers, i moltiplicatori di media che permettono di amplificare una certa notizia raggiungendo così i giornalisti che poi scriveranno un articolo su quel tema. In pratica: se una grande agenzia stampa o una piattaforma decide di dare risalto a un fatto, la notizia rimbalza ovunque. E allora: chi decide quali notizie diffondere e quali no? Algoritmi che privilegiano ciò che genera più engagement. (coinvolgimento). Inoltre, notizie polarizzanti, che creano conflitto, e emozionali sono più facilmente diffondibili. Infine, lobby o governi spinti da interessi economici, e non solo, possono utilizzare i canali di comunicazione per diffondere una notizia piuttosto che un'altra.
Insomma, se sei arrivato fino a qui a leggere, sembra che la situazione sia più grigia di quando avevi iniziato questo articolo. Sembra quasi che non scegliamo neanche le notizie da leggere, ma sono loro a scegliere noi. E in parte è così. Quindi non c'è speranza?
Una delle fonti più attendibili per informarsi sui progressi scientifici rimane la lettura degli abstract dei paper scientifici: la fonte originale dell'informazione. Certo, ci vuole una discreta cultura scientifica e un enorme tempo per poter analizzare e valutare tutte le informazioni (si stima che vengano pubblicati circa 10.000 articoli scientifici al giorno). Inoltre, anche la stessa ricerca scientifica soffre di una brutta malattia chiamata "publish or perish" ("pubblica o muori") ossia la pressione continua sui ricercatori a produrre articoli, pena la perdita di fondi o di carriera. Una logica che mina spesso la qualità della ricerca.
Ancora delusi? Tranquilli, rimane ancora una fonte di cui dobbiamo parlare... Un mio amico giornalista una volta ha scritto: "Le persone non cercano una morale più chiara, ma una testimonianza che abbia carne". Forse quello di cui abbiamo bisogno in questo mare di informazioni non è solo la rotta precisa e le capacità per interpretare tutti i dati che ci circondano. Forse quello di cui più abbiamo bisogno è un testimone attendibile in carne ed ossa, qualcuno di cui fidarci. Tra questi troviamo anche giornalisti molto validi che, come diceva Papa Francesco, sono "al servizio del vero, del bene, del giusto" e aiutano "a costruire la cultura dell'incontro" (2019). Esistono anche molti divulgatori validi soprattutto sui social che spendono tempo e energie per riportare con accuratezza fatti e dati credendo ancora che la complessità vada spiegata e raccontata non in un reel di pochi secondi. Quali qualità devono possedere questi testimoni? Non servono supereroi, ma due doti fondamentali.
La prima è la competenza: conoscere davvero l’argomento di cui parlano, non per sentito dire, ma per esperienza diretta o per un serio lavoro di approfondimento. La seconda è la lealtà verso chi ascolta: la capacità di raccontare senza piegare i fatti a un tornaconto personale o a un colore politico, con la libertà di chi mette la verità davanti alla convenienza.
Il divulgatore scientifico deve essere un ponte tra la dura e pura scienza e le persone Per questo motivo, deve conoscere bene entrambi i campi di gioco. Da un lato deve giocare con le regole della scienza, ascoltare e capire cosa dicono gli scienziati di ieri, di oggi e essere pronto a scoprire cosa diranno quelli di domani. Le regole le detta il gioco, le detta la scienza e gli scienziati, non il divulgatore. L'abbiamo già detto: gli scienziati potrebbero sbagliare (e a volte sbagliano di grosso!), ma non per questo bisogna essere meno scientifici. La verità dei dati chiede più scienza, mai meno. Dall'altro lato, un buon divulgatore deve conoscere il pubblico a cui si rivolge, coloro che sono interessati. Deve puntare tutto sull'interesse degli ascoltatori ma senza piegare fatti o dati a ciò che vorrebbero sentirsi dire. Insomma... un lavoraccio! Ma credo ne valga la pena.
Alla fine, tra i tanti canali, algoritmi e flussi incessanti di dati, la vera differenza la fanno le persone che si assumono la responsabilità di dare carne e voce all’informazione. Perché in un’epoca in cui tutti parlano, non sempre servono più parole: servono testimoni credibili. E forse è proprio da lì che può ricominciare la fiducia.